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Quando si
vedono i nomadi errare nelle loro eterne migrazioni sotto i cieli
immensi dell'Asia Centrale, ci si rende conto che i veri confini di
questa regione del mondo non sono politici ma naturali.
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Pamir, un nome che evoca mistero e lontananza. Situato nell'Asia Centrale a cavallo delle nuove repubbliche del Kyrghyzstan e del Tagikistan, nate dalla disgregazione dell'ex-Unione Sovietica, è un susseguirsi di vallate disabitate, picchi vertiginosi, fiumi di ghiaccio squassati da crepacci e ghiacciai pensili, un impressionante oceano di montagne bianco e azzurro. Bam-i-Dunya, il tetto del mondo, così lo chiamarono i Persiani. Da qui si diramano le più alte catene montuose della terra, l'Hindukush a nord-ovest, il Tien Shan a nord-est, il Karakorum e l'Himalaya a sud-est. Separato dalla Russia dalle sterminate steppe del Kazakstan, il Pamir è stato per millenni il crocevia del commercio tra oriente e occidente attraverso la Via della Seta e i famosi mercati di Bukhara e Samarcanda.Nel centro di questa regione al confine tra Kyrghyzstan e Tagikistan, sorge il Pik Lenin, una gigantesca muraglia di neve e ghiaccio alta più di 7000 metri. Salito per la prima volta nel '34 da un gruppo di sovietici, tra cui il mitico Vladimir Abalakov, è stato sceso per la prima volta con gli sci nel '74 da un gruppo franco-austriaco. Nel '99 una spedizione italiana della scuola triestina di scialpinismo ha tentato il Pik Lenin con gli sci ma le cattive condizioni del tempo non hanno consentito di raggiungere la cima.Così è nata la mia idea di organizzare una spedizione, senza guide italiane o locali, solo amici. Obiettivo, quello di conquistare la cima attraverso la cresta nord-ovest e scendere con gli sci dalla parete nord su una pendenza di circa 40-45°. La cima non presenta particolari difficoltà tecniche ma l'ascensione si svolge in un ambiente aspro e severo caratterizzato da condizioni meteorologiche instabili e da forti venti in quota, dove le valanghe e le slavine costituiscono un pericolo oggettivo.
I preparativi per una spedizione del genere sono cominciati 8 mesi prima. Trovare un supporto logistico, pianificare e acquistare il materiale, il cibo, trovare uno sponsor, tutte cose che sono necessarie se non vuoi acquistare il pacchetto già confezionato. Noi in più abbiamo aggiunto un giro turistico in Uzbekistan per visitare le città di Samarcanda e Bukhara.
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La spedizione |
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Arriviamo a Osh,
dove ci accoglie Alia di Asia Tour, la nostra agenzia locale che ha
organizzato per noi il trasporto fino al campo base.
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Arriviamo ad Achik Tash, il campo base, uno splendido prato coperto di stelle alpine... (qui non sono protette). In fondo, imponente, il Pik Lenin, con la sua fantastica parete nord. A noi europei, questi giganti fanno sempre una certa impressione.Arriva Vadim, il capo dell'agenzia, di ritorno dal Pik Lenin. Non è riuscito ad arrivare in cima, troppo vento. Intanto comincia a piovere. Rimaniamo al campo 2 giorni, mangiando nella grande yurta predisposta dall'agenzia. Per passare il tempo giriamo un po' nei villaggi intorno. La gente è simpatica anche se è molto difficile comunicare con loro.
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![]() Sopra la parete nord del Pik Lenin vista dal campo base. A sinistra un villaggio locale ai piedi dell'enorme morena in fondo |
Finalmente il 25 luglio partiamo alla volta del campo 1, dopo una
breve contrattazione per portare parte del carico con cavalli e yak per un totale di 230 kg,
si parte. Il mio zaino pesa sempre 20 kg però...Nonostante abbia nevicato, fa molto caldo e la quota si fa sentire. Si scavalca la morena sulla sx orografica arrivando sul ghiacciaio. Gli yak non hanno problemi a saltare i crepacci evidenti. Il percorso fino al campo 1 continua in maniera rettilinea fino alla morena davanti alla parete nord. Arrivo al campo 1 mezzo morto (4h00', 3800m). La sera ho subito la nausea, si comincia bene. Riesco ad addormentarmi, ma il rombo di una valanga sveglia tutto il campo. |
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Il percorso scavalca la morena per poi percorrere il ghiacciaio per il lungo fino al campo 1, che rappresenta in effetti il vero campo base in cui si prepara l'ascensione al Pik Lenin. |
Il 26 ci riposiamo al campo 1. Chi legge, chi gioca a carte nella tenda campo. Ci sono alcuni italiani, qualche spagnolo e una spedizione austriaca.
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Sopra lo yak che ha trasportato i nostri sci al campo 1. A sinistra l'ampia morena dove vengono piantate le tende del campo 1 |
Il 27 luglio, alle 5.30 partiamo alla volta del campo 2, dobbiamo portare su le tende e parte del cibo per i giorni a venire e poi ridiscendere. 25 kg nello zaino a quella quota non scherzano affatto. Un crepaccio strapiombante interrompe la salita. Non è facile passarlo con tutto il materiale. Verso le 10.00 siamo al grande traverso sotto la parete nord, dobbiamo andare via veloci, non facile a quella quota e con quel carico. Sincronizzo i passi con il respiro, un passo espiro, un passo inspiro e via.Il campo 2 (6h30', 5300 m) è situato sulla destra, in una zona protetta dalla caduta delle valanghe sulla morena. Una volta infatti era più in alto ed è stato portato via. Le tende, poggiate sul ghiaccio vivo, vengono ancorate con i sassi. Olivier, Daniela e Livia stanno male, l'altezza, l'insolazione? Lasciamo le cibarie nelle tende e, come previsto, scendiamo al campo 1. La notte nevica.
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Sopra il superamento della difficoltosa crepacciata dopo il campo 1.
Il passaggio poi del materiale richiede un po' di tempo. Sopra Luca
intento nelle manovre. |
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![]() Finalmente il 1 Agosto partiamo, Luca decide di ritirarsi, l'Annina
lo segue. Rimaniamo in 5.
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Il 2 agosto, sci ai piedi, saliamo
verso ovest arrivando sotto la parete del Razdelnaya. La neve è
marcia, insciabile, lasciamo gli sci a quota 5800 m e proseguiamo a piedi.
La salita è faticosa, conto 30 passi e mi fermo. Finalmente raggiungiamo
la cima del Razdelnaya a 6050
m. Il panorama è mozzafiato, un mare infinito di montagne di ghiaccio,
alte tutte 5000 - 6000 m. Fa molto freddo, scendiamo al campo
3 dove montiamo la nostra tenda. Al campo ci sono molte tende
seppellite dalla neve e abbandonate lì.
Durante la notte, molto fredda, Livia,
Oli e Marco stanno tutti male.
A questo punto di giorni a disposizione non ne rimangono molti. |
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Salendo al campo 3. Sotto di noi sfila il lungo ghiacciaio e la strada che abbiamo fatto fin qui
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Il 5 agosto io e Oli lasciamo il campo 2 alle 7.00, alle 10.30 raggiungiamo il campo 3. Il tempo è buono, una breve sosta e proseguiamo per la cresta del Lenin su neve ghiacciata e sassi. Verso le 14 siamo sulla parte meno ripida della cresta, il paesaggio è desolante, ci sono alcune tende distrutte sul cammino. Arriviamo al campo 4 (6520 m), siamo soli. Piazziamo la tenda dietro un masso con la parete nord sotto di noi. Io ho ancora mal di testa, prendo un altro Diamox, ma non riesco a mangiare. Per fortuna Oli sta bene e fa sciogliere la neve per dissetarci. Prima di coricarci la situazione si inverte, io sto meglio e comincia a star male Oli, sembra una maledizione! La notte la passiamo in bianco, il vento è fortissimo, il ghiaccio all'interno della tenda ci cade in faccia tutto il tempo, la tenda sembra decollare ad ogni raffica. |
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Sopra al campo 3. Dietro Caldo la lunga cresta che porta in cima al Pik Lenin. Qui a fianco la nostra tendina nel solitario campo 4 e le raffiche della mattina. A 600 metri la cima. |
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![]() Caldo e Oli dopo 12 giorni di spedizione |
Si parte, scendiamo lungo il ghiacciaio, una luce stupenda, l'acqua che scorre nel ghiaccio mi fa venire voglia di tuffarmici. Saliamo per morene al passo, la roccia rossa si infuoca alla luce del tramonto, camminiamo sull'erba e le stelle alpine... provo un piacere indicibile. Persino lo sterco di yak, sparpagliato un po' ovunque, era gradevole per la fragranza campestre che si sostituiva all'onnipresente odore della neve. Perchè siamo stati tutto quel tempo lassù ? Arriviamo al campo base alle 20.00, rincontriamo i nostri compagni Livia, Annina, Luca, Francesca e Marco. Sandro e Dany sono già in Uzbekistan. A cena, carne, soia e birra... è un sogno. Nuove spedizioni sono appena arrivate, tra loro un alpinista che di lavoro fa l'osservatore per l'ONU ci racconta del suo lavoro al confine tra l'Afghanistan e il Tagiskistan, sorveglia l'intenso traffico di droga, ma niente di più, ci dice della corruzione esistente ma che non può fare che pile di rapporti e relazioni ma niente di più. Spero dentro di me che l'apertura verso l'Occidente non si traduca solo in questo per questi posti. |
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Il viaggio in Kyrghizstan e Uzbekizstan |
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Ad Achik Tash aspettiamo il bestione a 6 ruote per tornare ad Osh. |
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Sotto alcune immagini del bellissimo mercato multicolore di Osh. Tra i venditori di frutta si vede un vecchio che indossa il tipico copricapo kirghizo |
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Riprendiamo l'aereo sgangherato per Bishkek (la parte più pericolosa della spedizione dopo l'andata). Qui dormiamo per 300 som (circa 6$) in un sovietissimo albergo di militari, puttane e scarafaggi. Dobbiamo isolare il letto in mezzo alla stanza e sollevare le coperte da terra, da tanti ce ne sono!! In città non c'è niente di antico, tutto ricorda ancora il regime comunista, dalle statue ai grandi viali. Da qui prendiamo l'aereo per Tashkent, capitale dell'Uzbekistan. Dopo aver espletato tutte le formalità burocratiche (ricordatevi di dichiararvi all'OVIR), troviamo un internet cafè dove lasciare un messaggio a Sandro e Dany che abbiamo perso durante la spedizione. Intanto, avanziamo verso la nostra meta: Samarcanda, dove arriviamo il 10 agosto. |
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Samarcanda, nell'immaginario comune legata alla Via della Seta, deve la sua bellezza a Tamerlano e suo nipote Ulughbek. Splendide le moschee e le madrase (scuole islamiche) con le bellissime cupole blu-azzurre. Assolutamente da vedere il Registan con le sue madrase coperte di mosaici e maioliche colorate, uno dei monumenti più straordinari dell'Asia centrale. Proseguendo verso il mercato, altrettanto bella, anche se un po' diroccata, la Moschea di Bibi-Khanym e le tombe di Shahr-i-Zindah. Noi abbiamo dormito alla casa privata Furkat, non esaltante ma molto caratteristica, oltre che stracomoda per visitare la città. Invece vi consiglio per mangiare il ristorante sulla Registanskaya con la voliera all'esterno. Ci siamo capitati durante un matrimonio locale ed è stato molto bello... oltre che molto buono. |
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Sopra a sinistra la moschea di Bibi-Kanym. Alla luce del tramonto immagini del Registan. Sotto il mercato affollato di Samarcanda |
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Il 13 agosto partiamo per Bukhara. La strada attraversa campi di cotone e fabbriche fatiscenti. Fa molto caldo (35 °C) e la città è molto tranquilla. Caratteristici i labirinti e la presenza di numerosi vicoli e portici che formano i cosidetti bazar coperti ove si vendono tappeti, gioielli, cappelli e altre cianfrusaglie. Fantastico il minareto e la moschea di Kalon con i mosaici blu lucente. Deludente invece l'Ark e il museo sulla storia della città, interamente in russo. Se volete invece rilassarvi e ripararvi dalla calura pomeridiana andate al Labi-Hauz, una piazza costruita nel 1600 intorno ad una piscina, potete gustarvi il solito plov e shashlyk (riso e kebab di montone o manzo) o sorseggiare un choy (té) mentre i vecchi chacchierano sulle panchine e i bambini si tuffano nella piscina da un albero. Per dormire vi straconsiglio il Fatima, soprattutto per la colazione da re (yogurt, albicocche, melone, uva, uova, salsiccie, té verde, marmellata alla rosa e pane fritto). Si trova sulla Bakhautdin Naqshband, 100 m dopo la madrasa di Nadir Divanbegi. |
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I mosaici della moschea di Kalon scintillano sotto la luce del sole. Sopra a sinistra la madrasa di Ulughbek |
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Il 16 agosto ritorniamo
verso Tashkent e quindi Bishkek. All'aereoporto di Bishkek, però
non ci permettono di entrare in Kyrghizstan. La regola delle 72 ore (un viaggiatore
in possesso di un visto russo, uzbeko o kazako può automaticamente
trascorrere 72 ore in Kyrghyzstan) valida nelle repubbliche ex sovietiche
e riportata anche dalla Lonely Planet, sembra non valere più, oppure
ci vogliono solo spillare i soldi dei visti....abbastanza normale da queste
parti. Intanto,
nella lunga attesa in aeroporto si scopre che Francesca, Marco e Luca,
durante il ritorno dal Pik Lenin, si sono "appropriati" di alcuni oggetti
che non facevano parte del loro bagaglio di partenza. Il gruppo si sfalda. |
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Claudio Caldiniiildiniii
Copyright © 2003.
Aggiornato il: 06-03-03 .