Il ritorno verso Delhi lo facciamo
in autobus, non sappiamo quello che ci aspetta. Dobbiamo riattraversare
la catena Himalayana, la strada sale fino a 5328 m, il passo Taglang La
(il secondo passo più alto del mondo). Ogni tanto qualche posto di blocco,
ma il paesaggio è abbastanza monotono. Verso sera l'autobus raggiunge
uno spiazzo polveroso con alcune tende da campo, siamo a Sarchu.
Ci fanno scendere, ci radunano nella tenda cucina e ci danno del té, chaval,
dhal e chapati, più che un viaggiatore mi sembra di essere un prigioniero.
Per dormire ci accucciamo in una tenda lercia su un materasso, avvolti
almeno nei nostri sacchi a pelo. Il giorno dopo viaggiamo ancora per valli
a 4000 metri di quota, il tempo è però piovoso e il paesaggio è alpino,
se non fosse per le vacche e i monaci arancioni per la strada potrei dire
di essere in Valle d'Aosta. Arriviamo a Manali,
la Courmayeur degli indiani, nonostante sia fuori stagione è molto affollata.
Mangiamo da Sher-e-Punjab dell'ottimo Kulcha, ottimi i milk shake
al mango. Il giorno dopo partiamo per Delhi, l'autista è più pazzo del
solito, infatti, attraversando un paesino investe un pastore: è il caos,
in India non si chiama la polizia, si regola il conto direttamente sul
posto. Gli amici del pastore salgono sull'autobus, tirano giù l'autista
e lo linciano. Nessuno fiata, il paese è solidale con il pastore. Siamo
esterrefatti. Dopo due ore arriva la polizia, prende le misure e confisca
autobus e autista. Un altro autobus con un altro autista per fortuna ci
viene a prendere per proseguire il viaggio. Finalmente arriviamo a Delhi.
Delhi
è il caos per eccellenza, l'atmosfera è impregnata di olio di miscela
per la moltitudine di motorini e tricicli, il traffico ha probabilmente
una sua certa logica, che comunque non capisco. A tutto questo si aggiungono
anche le mucche che, beate, gironzolano lentamente per la città. La sera
prima di partire troviamo un pub dell'era coloniale e davanti ad una pinta
di birra ci riappropriamo delle nostre vecchie abitudini.
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